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Sistema elettorale

modify Updated 20-05-2012, 14:48
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bussola Disambiguazione – "Legge elettorale" rimanda qui. Se stai cercando il sistema elettorale attualmente in vigore in Italia, vedi Legge Calderoli.

Il sistema elettorale è costituito dall’insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa per trasformare le preferenze degli elettori in voti e i voti in seggi.

Talvolta, all'espressione si dà un significato più generale che comprende l'intero insieme delle norme che regolano le elezioni:

  • la disciplina della modalità della loro indizione,
  • la disciplina dell’elettorato attivo e passivo,
  • le modalità tecnico-operative di esercizio del voto,
  • le modalità secondo le quali si presentano le candidature,
  • la disciplina delle campagne elettorali e della propaganda politica in genere,
  • la disciplina del finanziamento delle campagne elettorali e dell’attività dei partiti,
  • le modalità di allestimento delle sezioni elettorali e di protezione di esse,
  • il procedimento elettorale nelle altre sue fasi fino allo scrutinio con interpretazione e conteggio dei voti espressi,
  • la formula elettorale (la formula matematica di attribuzione dei seggi in base ai voti ottenuti da ciascun candidato o partito),
  • l'apparato di tutela nel caso di eventuali contestazioni,
  • le modalità di sostituzione nell’ufficio di coloro che, proclamati eletti, cessino per qualsiasi ragione dalla carica.

Un sistema elettorale è composto da due elementi fondamentali: il sistema di votazione e il metodo per l'attribuzione seggi. Quest'ultimo richiede l'applicazione di una formula matematica predefinita, che viene detta "formula elettorale".

Tradizionalmente, la formula elettorale era classificabile in due grandi categorie:

  • formule maggioritarie (che sono le più antiche e tendono a premiare i candidati o partiti vincitori in collegi uninominali o plurinominali);
  • formule proporzionali (che sono state elaborate a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e tendono a stabilire un rapporto proporzionale tra i voti ottenuti da un partito ed i seggi ad esso assegnati).

A partire dagli anni novanta si è fatta sempre più ampia una terza categoria, quella dei

  • sistemi misti.

Nelle formule appartenenti a tale terza categoria compaiono elementi caratterizzanti di entrambe le due precedenti categorie, talvolta relazionati tra di loro (come nei sistemi italiani per Camera e Senato del 1993), talvolta assolutamente indipendenti (come nel sistema russo o in quello giapponese, entrambi del 1993)[1].

Il sistema di votazione ha dato origine alla teoria del voto, a partire dal metodo di Borda e dal metodo di voto di Condorcet, entrambi sviluppati in Francia intorno al 1770 (anche se scritti di Raimondo Lullo ritrovati solo nel 2001 dimostrano che egli aveva già ideato entrambi i metodi nel XII secolo). I primi contributi all'attribuzione di seggi sono successivi al 1787, anno di approvazione della Costituzione degli Stati Uniti, negli USA e furono riscoperti indipendentemente in Europa alla fine del XIX secolo. La ricerca scientifica contemporanea si concentra più sull’esame degli effetti politici e statistici delle leggi elettorali (in particolare valutando il comportamento strategico dei partiti e/o degli elettori sugli esiti del voto, impiegando la teoria dei giochi) che sullo studio astratto delle regole.

Indice

[modifica] Il sistema maggioritario

Il sistema elettorale maggioritario è quello matematicamente più semplice ed ha accompagnato le prime forme di rappresentanza politica diretta, nel mondo classico (Grecia) e fin dal Seicento (mondo anglosassone), con l'eccezione del Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, per il quale dal XIII secolo al XVIII secolo si usò il voto per approvazione.

Oggigiorno in Italia vige per l'elezione della Camera un sistema maggioritario plurinominale, nell’ambito di un Collegio Unico Nazionale: il partito o la coalizione che ottenga la maggioranza relativa (anche soltanto per un voto) ha diritto al 55% dei seggi (tranne l'assai difficile ipotesi che su base proporzionale gliene spettino di più)[2].

Questo sistema è stato modellato sull'esempio di quello introdotto nel 1993 per l’elezione dei Sindaci e di quello del 1995 per l’elezione dei Consigli regionali[3]. Non risulta che abbia altri precedenti storici, oltre a quello della cosiddetta Legge Acerbo del 1923; sicché questa tipologia di formula elettorale viene a configurarsi come una specificità tutta italiana. I suoi effetti sulla governabilità del Paese sono attenuati dalla contemporanea presenza di una diversa formula per l’assegnazione dei seggi del Senato: è prevista sempre una riserva del 55% dei seggi in favore del partito o della coalizione di maggioranza relativa, ma il conteggio viene effettuato Regione per Regione. Ciò fa sì che al Senato vi sia molto più equilibrio, in quanto è usuale che la coalizione seconda classificata a livello nazionale risulti vincitrice in un numero significativo di Regioni. Infatti, in Italia entrambe le Camere sono elette a suffragio universale ed entrambe votano la "Fiducia" al Governo (c.d. "bicameralismo perfetto"); cosa che non avviene in Gran Bretagna, Francia e Germania.

Queste formule maggioritarie, basate su collegi plurinominali e caratterizzate da una "riserva di seggi" in favore del vincitore, sono dette di "voto limitato", in quanto nacquero alla fine dell'Ottocento (quando vennero utilizzate con poco successo in Italia, Francia e Gran Bretagna) in un’ottica inversa a quella attuale: non per garantire una maggioranza sicura allo schieramento vincitore, bensì per garantire una rappresentanza alle minoranze[4]. Queste ultime, infatti, rischiavano di ottenere pochi seggi (o addirittura nessuno) nell’ambito dei collegi plurinominali classici, in cui tutti i seggi in palio venivano assegnati allo schieramento vincitore[5].

Nella prassi, il voto limitato tende spesso ad essere confuso con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Quest'ultimo, tuttavia, se ne differenzia in quanto attribuisce un bonus di seggi supplementari soltanto al partito o alla coalizione che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (cioè il 50%+1); così prevedeva, per esempio, la cosiddetta legge truffa del 1953. Mentre, come si è detto, la "riserva di seggi", prevista dalle formule di "voto limitato", premia il partito o la coalizione di maggioranza relativa.

In Gran Bretagna, Stati Uniti, India ed in Francia (ma anche in parecchi Stati francofoni) il sistema maggioritario è basato su un collegio uninominale, in ciascuno dei quali è in palio un unico seggio, che viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti; a differenza di quanto comunemente si pensa, il sistema uninominale, così posto in essere è il punto di approdo di un lungo cammino, dato che sia in Gran Bretagna che in Francia si era partiti dall’utilizzo di sistemi plurinominali.

Nell'irrisolta dualità[6] tra

  • aspetto microelettorale (= regole che consentono l’individuazione delle persone chiamate a comporre l’assemblea elettiva); ed
  • aspetto macroelettorale (= regole che consentono di determinare il numero di seggi spettanti nell’assemblea elettiva alle singole forze politiche)

le formule maggioritarie uninominali costituiscono un paradosso, in quanto tendono (sul piano macroelettorale) a dare vita ad una maggioranza dotata di un numero di seggi più elevato rispetto alla percentuali di voti ottenuti, ma regolano soltanto l'aspetto microelettorale, in quanto l’elettore è chiamato unicamente ad esprimere il voto per uno dei candidati presenti nel suo collegio. Il risultato finale nasce da un dato empirico, e cioè dal fatto che per comune esperienza si genera in tal modo una solida maggioranza (di seggi) che può dare vita ad un governo stabile, proponendo di norma il proprio leader come capo del Governo. Siccome, poi, i partiti prima delle elezioni già indicano agli elettori la persona che proporranno come capo del Governo, l’effetto finale è che gli stessi elettori possono indirettamente scegliere anche quest’ultimo.

[modifica] Il sistema uninominale

In un contesto uninominale, in linea di principio, ci sono due metodi per designare il rappresentante di un determinato collegio: uno nel quale vince l'elezione chi ottiene la maggioranza relativa dei voti qualunque essa sia, e un secondo in cui vince solo chi ottiene la maggioranza assoluta, il 50%+1 delle preferenze. In quest’ultima ipotesi, essendo improbabile che il corpo elettorale si frazioni non indicando alcun candidato vincente, è da prevedersi di norma un secondo turno di votazioni, a meno che l’elettore non possa operare una classificazione dei candidati, meccanismo che permette un’istantanea individuazione del vincitore della contesa politica.

Si possono dunque distinguere fra tre sistemi elettorali uninominali:

  • sistema uninominale a un turno (uninominale secco),
  • sistema uninominale a doppio turno,
  • sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta.

[modifica] Sistema uninominale a un turno (uninominale secco)

Il sistema uninominale a un turno, detto anche plurality con maggioranza relativa, è il più semplice e più antico meccanismo elettorale in assoluto: esso prevede la vittoria del candidato che ha riportato il maggior numero di preferenze. È il sistema in vigore nel Regno Unito e nella stragrande maggioranza degli Stati Uniti[7]. Questo tipo di scrutinio tende a sovrarappresentare i partiti più grandi, a parziale detrimento di quelli medi ma soprattutto di quelli piccoli[8].

Secondo la critica del politologo italiano Giovanni Sartori, invece, il sistema uninominale secco potrebbe contribuire all'instabilità del sistema politico, essendo possibile che piccoli partiti acquisiscano un ruolo sproporzionato grazie a cosiddetti accordi di desistenza[9].

Nel caso di un sistema partitico stabile e ben consolidato, questo metodo comporta inoltre una tendenza naturale degli elettori al voto strategico o utile, in caso di evidente improbabilità o impossibilità di vittoria del candidato preferito.

Voti % Risultato
Candidato A 49 000 41,5 % ELETTO
Candidato B 38 000 32,2 % Battuto
Candidato C 22 000 18,6 % Battuto
Candidato D 9 000 7,6 % Battuto
TOTALE 118 000 100 %

[modifica] Sistema uninominale a doppio turno

Con il sistema elettorale a doppio turno (detto anche majority) un candidato deve raggiungere o superare la maggioranza assoluta (50% + 1) per essere eletto al primo turno. Se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta, si ricorre ad una seconda votazione.

Il numero di candidati ammessi a questo secondo turno divide questo tipo di scrutinio in due sottosistemi.

Il primo, il più classico, è quello che vede contendersi il seggio i due candidati più votati al primo turno (in tale ipotesi, il secondo turno assume il nome di "ballottaggio"), e veniva utilizzato in Italia prima della Grande Guerra.

Il secondo, utilizzato attualmente in Francia (e quindi conosciuto come sistema uninominale "alla francese"), elimina dalla contesa solamente i candidati che non abbiano raggiunto una determinata soglia[10], consentendo quindi l'eleggibilità nella seconda tornata anche a maggioranza relativa.

Il sistema a doppio turno incoraggia l'elettore a esprimere un voto sincero al primo turno, mentre comporta la tendenza al voto strategico nella seconda tornata.

Voti % Risultato
Candidato A 49 000 41,5 % Ammesso al secondo turno
Candidato B 38 000 32,2 % Ammesso al secondo turno
Candidato C 22 000 18,6 % Eliminato
Candidato D 9 000 7,6 % Eliminato
TOTALE 118 000 100 %
Voti % Risultato
Candidato A 49 500 49,5 % Battuto
Candidato B 50 500 50,5 % ELETTO
TOTALE 100 000 100 %

[modifica] Sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta

Il sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta o instant runoff è la versione a turno unico del sistema majority. Tipicamente usato come base del sistema elettorale australiano, prevede la possibilità per l'elettore di non votare un singolo candidato, ma di classificare un numero a sua scelta di candidati secondo il proprio ordine di gradimento.

Esempio di voto alternativo.

Questo permette di avere un meccanismo di elezione simile al sistema a doppio turno, evitando però di chiamare l'elettore al voto più di una volta.

Qualora nessun candidato abbia raggiunto la maggioranza assoluta di "prime preferenze", il candidato meno votato viene eliminato, e le sue schede vengono ripartite fra i rimanenti candidati secondo le "seconde preferenze" in esse riportate. Qualora di nuovo nessun candidato abbia raggiunto la maggioranza assoluta, viene eliminato ancora una volta il candidato meno votato e le sue schede ripartite fra i rimanenti candidati, secondo la preferenza successiva al suo nome (seconda o terza) in esse riportata. Il meccanismo continua in tal guisa finché un candidato abbia raggiunto la prescritta maggioranza assoluta. Ad ogni redistribuzione vengono necessariamente eliminate le schede che abbiano esaurito il loro ordine di preferenza, ovvero le schede dove l'elettore ha espresso un ordine di preferenza solo per alcuni candidati, astenendosi dall'esprimere un ordine di preferenza per i restanti.

Il sistema alternativo ha il vantaggio di consentire una riproduzione dell'intenzione di voto dell'elettore ancora più sincera e fedele dello stesso sistema a doppio turno. Nessuna considerazione di carattere strategico o di cosiddetto voto utile è infatti richiesta all'elettore che deve solo semplicemente limitarsi ad esprimere le sue sincere preferenze nell'ordine che considera il più giusto verso i candidati. L'eccessivo frazionamento di una parte politica, così come eventuali accordi di desistenza per ovviarvi, hanno poco impatto in questo sistema.

Voto in 1° preferenza % + 2° preferenza % + 3° preferenza %
Candidato A 49 000 41,5 % 49 500 42,5 % 50 000 47,6 % Eliminato
Candidato B 38 000 32,2 % 39 000 33,5 % 55 000 52,4 % Eletto
Candidato C 22 000 18,6 % 28 000 24,0 % Eliminato
Candidato D 9 000 7,6 % Eliminato
TOTALE 118 000 100 % 116 500 100 % 105 000 100 %

[modifica] Considerazioni generali sui sistemi uninominali

Una particolarità del sistema elettorale uninominale – specie di quello basato sulla maggioranza relativa – è l'eventualità che la rappresentatività venga distorta, in genere aumentando la vittoria in termini di seggi del primo partito o coalizione a danno relativo del secondo e a gravissimo danno del terzo partito.

Inoltre, con questo sistema elettorale sono avvantaggiati i partiti che vincono di misura in molti collegi, e sono generalmente svantaggiati quelli che vincono in pochi collegi con alta maggioranza. In Gran Bretagna la facoltà per il partito al governo di poter, prima di ogni elezione, ridisegnare geograficamente i collegi in modo da ridistribuire alte maggioranze in maggioranze al limite del 51% ma più numerose, comporta evidenti vantaggi per il partito al potere. A questo proposito, si ricorda l'arte del Gerrymandering messa in atto dal governatore Elbridge Gerry del Massachusetts negli USA, che disegnava (o cercava di fare) collegi elettorali che gli permettessero la rielezione.

Nell'uninominale sono inoltre avvantaggiati i partiti localistici o con forte base locale, anche se con percentuali modeste a livello nazionale, contro quelli che pur presentando percentuali rilevanti a livello nazionale, hanno una base elettorale fortemente delocalizzata sul territorio nazionale.

All'interno dei sistemi uninominali poi, quelli a doppio turno tendono a premiare i partiti di centro, mentre quelli a turno unico favoriscono formazioni ideologicamente più schierate[senza fonte]. Il motivo di ciò è facilmente comprensibile: se si va al ballottaggio, qualora vi sia presente un partito di centro che parta anche da una posizione di svantaggio, esso ne uscirà tendenzialmente vincitore, perché saprà, meglio del suo avversario, attrarre i voti dei partiti esclusi: quelli di sinistra se si troverà a confrontarsi con un avversario di destra o viceversa.

[modifica] Il sistema proporzionale

Il sistema elettorale proporzionale, o di lista, fu introdotto nel corso del Novecento su spinta delle grandi formazioni politiche di massa, quelle centriste popolari, e quelle di sinistra socialiste. Il primo paese ad applicarlo fu il Belgio nel 1900.

Elemento caratterizzante del sistema proporzionale è l'assegnazione dei seggi in circoscrizioni elettorali plurinominali, suddividendoli fra le varie liste in proporzione ai voti ottenuti. Si presenta quindi come un sistema elettorale basato sulla democraticità e rappresentatività in quanto permette di fotografare le divisioni politiche effettive del Paese.

Aspetto positivo, quindi, che salta subito all'occhio è la possibilità di una rappresentanza parlamentare che rifletta in maniera meno distorta possibile la reale situazione politica di un paese, con una significativa tutela delle minoranze. Qualora i partiti siano notevolmente frazionati, però, il proporzionale riflette questo frazionamento reale in parlamento e la formazione di un governo richiede coalizioni che uniscano più partiti, con conseguente forte instabilità (se i partiti non riescono a trovare degli accordi; viceversa può portare anche a sistemi consociativi e di governi di grosse coalizioni che tendono a tenere sotto controllo il conflitto).

I meccanismi proporzionali sono essenzialmente due: quello del quoziente e i più alti resti, e quello dei divisori e le più alte medie.

[modifica] Metodo del quoziente

Nella prima famiglia di metodi proporzionali, si stabilisce un quoziente elettorale che sarà il costo di un seggio in termini di voti, e si vede quante volte tale quoziente entra nel totale dei voti che una lista ha preso in una circoscrizione. La parte decimale del quoziente servirà per assegnare i seggi che non si è riusciti ad assegnare con le parti intere del quoziente. Tali seggi andranno alle liste che avranno i resti[11] più alti in ordine decrescente.

Per individuare questo quoziente elettorale, ci sono vari metodi:

  1. Quoziente Hare (o Naturale): si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione (S): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S}
  2. Quoziente Hagenbach-Bischoof: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più uno (S+1): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+1}
  3. Quoziente Imperiali: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più due (S+2): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+2}
  4. Quoziente +3: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più tre (S+3): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+3}
  5. Quoziente Droop: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più uno (S+1) e al tutto si aggiunge un' unità: {\rm Q}=(\frac{{\rm V}}{\rm S+1})+1

I metodi più utilizzati sono i quozienti Hare e Hagenbach-Bischoof. Passando da Hare ad Hagenbach-Bischoof ad Imperiali, si riducono i resti e i seggi da assegnare in base a questi, favorendo in misura crescente le liste più votate; con il metodo Droop invece, si ottengono risultati pressoché identici all'Hare.

Esempio di applicazione del Quoziente Hare in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.
Partiti Suffragi espressi Seggi al quoziente Resti di voti Seggi ai resti Totale
Partito A 49 000 3 4 750 0 3
Partito B 38 000 2 8 500 1 3
Partito C 22 000 1 7 250 0 1
Partito D 9 000 0 9 000 1 1
Totale 118 000 6 29 500 2 8
Esempio di applicazione del Quoziente Imperiali in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.
Partiti Suffragi espressi Seggi al quoziente Resti di voti Seggi ai resti Totale
Partito A 49 000 4 1 800 0 4
Partito B 38 000 3 2 600 0 3
Partito C 22 000 1 10 200 0 1
Partito D 9 000 0 9 000 0 0
Totale 118 000 8 23 600 0 8

[modifica] Metodo dei divisori

Nella seconda famiglia di metodi proporzionali, quello dei divisori e le più alte medie, si dividono i voti totali di ciascuna lista di candidati in un collegio per una serie di coefficienti lunga fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e si assegnano i seggi alle liste in base ai risultati in ordine decrescente, fino ad esaurimento dei seggi da assegnare. La serie dei divisori è ciò che differenzia i vari metodi:

  1. Metodo D'Hondt (noto in USA come metodo Jefferson): si dividono i totali di voti delle liste per 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, ... fino al numero di seggi da assegnare nel collegio.
  2. Metodo Nohlen: si dividono i totali di voti delle liste per 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, ... .
  3. Metodo Sainte-Laguë (noto in USA come metodo Webster): si dividono i totali di voti delle liste per 1, 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15, ... .
  4. Metodo Sainte-Laguë corretto o Metodo danese: si dividono i totali di voti delle liste per 1.4, 3, 5, 7, 10, 13, 16, 19, 22, ... .
  5. Metodo belga: si dividono i totali di voti delle liste per 1, 1.5, 2, 2.5, 3, 3.5, 4, 4.5, ... .
  6. Metodo Huntington: si dividono i totali di voti delle liste per 1.41, 2.45, 3.46, 4.47, ... .

Dal punto di vista degli esiti, il metodo più favorevole ai piccoli partiti è il Sainte-Laguë (anche corretto), il più favorevole ai grandi partiti è il Nohlen, seguito dal D'Hondt.

Esempio di applicazione del Metodo D'Hondt in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.

Le cifre in grassetto sono i seggi assegnati (le più forti medie).

Partiti Suffragi espressi 2 3 4 5 6 7 8 Seggi ottenuti
Partito A 49 000 24 500 16 333 12 250 9 800 8 166 7 000 6 125 4
Partito B 38 000 19 000 12 666 9 500 7 600 6 333 5 428 4 750 3
Partito C 22 000 11 000 7 333 5 500 4 400 3 666 3 142 2 750 1
Partito D 9 000 4 500 3 000 2 250 1 800 1 500 1 285 1 125 0
Esempio di applicazione del Metodo Sainte-Laguë in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.

Le cifre in grassetto sono i seggi assegnati (le più forti medie).

Partiti Suffragi espressi 3 5 7 9 11 13 15 Seggi ottenuti
Partito A 49 000 16 333 9 800 7 000 5 444 4 455 3 769 3 267 3
Partito B 38 000 12 667 7 600 5 429 4 222 3 455 2 923 2 533 3
Partito C 22 000 7 333 4 400 3 143 2 444 2 000 1 692 1 467 1
Partito D 9 000 3 000 1 800 1 286 1 000 818 692 600 1

[modifica] Voto di preferenza

Il sistema proporzionale può prevedere o meno la possibilità per l'elettore di esprimere una o più preferenze per un candidato all'interno della lista votata. In questo caso, vengono eletti nell'ambito di ogni lista i candidati che hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze. Se invece non è previsto il voto di preferenza, i candidati vengono scelti secondo l'ordine in cui compaiono in lista, delegando ai partiti l'individuazione degli eletti: si parla in questo caso di lista bloccata.

Il voto di preferenza ha benefici controversi. A favore vi è la maggiore possibilità di scelta per l'elettore; contro vi è il fatto che il singolo candidato, per ottenere la preferenza, è costretto ad una costosa campagna elettorale personale, e la necessità di raccogliere i fondi necessari può potenzialmente stimolare episodi di corruzione.

Le modalità di indicazione della persona prescelta sono due: spuntare il nome in una lista dei candidati prestampata sulla scheda elettorale, oppure scrivere il nominativo per esteso. La seconda modalità è soggetta a una maggiore discrezionalità dei presidenti di seggio, che possono stabilire se sono valide o meno le schede che non riportano interamente nome e cognome, le iniziali o diverse abbreviazioni, oppure parole aggiuntive che non fanno parte del nome del candidato. Questa seconda modalità è adatta al controllo dei voti clientelari. Il voto è anonimo, ma l'elettore in cambio di favori personali può accordarsi per scrivere il nominativo con il nominativo completo di secondo nome e alcune parti abbreviate, creando un numero di combinazioni che rendono riconoscibile un numero elevato di schede e verificabile il rispetto di altrettanti accordi clientelari.

[modifica] Sistemi corretti (o misti)

Come abbiamo visto, non esiste un sistema elettorale che si possa considerare perfetto, ma entrambi i tipi possiedono i propri vantaggi e i propri svantaggi. Per ovviare a tali inconvenienti, cercando di recuperare le caratteristiche positive di ciascun sistema ma limitando quelle negative, si sono col tempo andati ad elaborare sistemi corretti, o misti, dei due modelli originari.

[modifica] Sistemi maggioritari corretti

L'aspetto negativo del maggioritario è, lo abbiamo visto, la scarsa, se non nulla, rappresentanza e di conseguenza tutela delle formazioni politiche minori. Per ovviare a tale problema, è stata proposta e talvolta adottata (ma solo in tempi molto recenti, dal 1993 in avanti) l'introduzione di quote proporzionali: la maggior parte dei seggi viene assegnata con criterio maggioritario uninominale, mentre una parte viene assegnata con criterio proporzionale. Essenziale a tal fine è il collegamento dei singoli candidati uninominali con più ampie liste di partito o coalizione espresse a livello nazionale.

Il primo esempio in tal senso venne costituito dalle leggi italiane 276 e 277 del 1993, relative rispettivamente all’elezione del Senato ed all’elezione della Camera. Esse erano entrambe caratterizzate dall’assegnazione di circa il 75% dei seggi in collegi maggioritari uninominale; e del restante 25% con criterio proporzionale, previo lo scorporo dei voti ottenuti dai vincitori dei collegi uninominali. La conseguenza era che il riparto proporzionale ridimensionava di molto l’effetto maggioritario determinato dal collegio uninominale, portando la coalizione vincitrice a disporre di un ridotto numero di seggi di vantaggio sull’opposizione. Un ulteriore elemento di debolezza dei Governi fu determinato dal fatto che, in tal modo, divenivano determinanti i seggi ottenuti dalle liste minoritarie od estremiste, all’interno della coalizione vincitrice[12]. In ogni caso, ciò dipese non solo dalla formula elettorale, ma anche del fatto che le coalizioni presero l’abitudine, sin dalle elezioni del 1994, di proporre un solo candidato per collegio; ed utilizzarono un criterio proporzionale per spartirsi le candidature. Ma successivamente alle elezioni si crearono in Parlamento tanti gruppi parlamentari quanti erano i partiti che avevano dato vita a ciascuna coalizione[13].

Resta il fatto che le due leggi erano tra loro piuttosto diverse, in quanto

  • per il Senato si operavano dei conteggi su base regionale e là dove una coalizione avesse vinto in tutti i collegi uninominale in palio in una Regione (circostanza che non fu infrequente), essa non partecipava al successivo riparto proporzionale[14];
  • per la Camera vigeva un imperfetto meccanismo di scorporo dei voti (in un Collegio Unico Nazionale), in quanto venivano sottratti non quelli ottenuti dal vincitore nel collegio uninominale, bensì quelli del secondo classificato[15]; inoltre, per la parte proporzionale l’elettore disponeva di una seconda scheda. Le distorsioni furono amplificate quando (soprattutto nel 2001) le coalizioni sfruttarono gli imperfetti meccanismi di collegamento tra candidati e liste, dando vita a delle liste civetta, che comprendevano candidati non rappresentativi ed erano finalizzate unicamente a portare in detrazione i voti ottenuti dai vincitori dei collegi uninominali, permettendo alle liste di partito di aggirare il meccanismo dello scorporo[16].

In entrambi i sistemi, i seggi proporzionali spettanti a ciascuna lista venivano poi attribuiti ai candidati che avessero ottenuto le più alte percentuali elettorali.

Come si è già accennato, un secondo gruppo di sistemi misti è quello dei sistemi paralleli, come quello russo e di numerosi paesi dell'Est Europa, che prevedono banalmente una quota di seggi assegnati proporzionalmente ed una con sistema maggioritario, senza che vi sia alcun collegamento fra le due parti[17]. La quota proporzionale può essere anche molto alta, arrivando a coprire fino alla metà dei seggi in palio.

[modifica] Sistemi proporzionali

Si è detto che l'inconveniente maggiore provocato dalla proporzionale è quello di creare instabilità governativa, sia perché, garantendo i partiti minori, consegna loro in verità la possibilità di condizionare i governi in misura ben maggiore del proprio reale peso elettorale, sia perché, a causa dell'alta frammentazione, le maggioranze sono spesso assai risicate ed esposte a continue imboscate da parte dell'opposizione.

Per ovviare al primo inconveniente, sono stati elaborati sistemi che limitino il meccanismo proporzionale sottraendo i partiti minori ai benefici che esso fornirebbe loro. Esistono due metodi, uno implicito ed uno esplicito, per ottenere tale scopo:

A - quello implicito si ottiene limitando la dimensione delle circoscrizioni elettorali. Caratteristica saliente della proporzionale rispetto al maggioritario è, lo abbiamo visto, l'ampio numero di elettori, e conseguentemente seggi, compresi nella circoscrizione proporzionale rispetto ai collegi maggioritari. Riducendo l'ampiezza della circoscrizioni, dunque, si riduce il tasso di proporzionalità del sistema, diminuendo le probabilità dei partiti minori di ottenere i pochi seggi disponibili in ciascuna delle succitate circoscrizioni. È il meccanismo previsto dal sistema elettorale spagnolo e, de facto, dal sistema elettorale svizzero per la Camera bassa elvetica.
B - quello esplicito consiste nell'introdurre una clausola di sbarramento (o di accesso), cioè una percentuale minima di voti che il partito deve ottenere per poter entrare in Parlamento. Ne è esempio il sistema elettorale tedesco che stabilisce di regola nel 5% la soglia minima di voti necessari per entrare a far parte del Bundestag.

Per aggirare invece il secondo problema, quello delle scarse maggioranze su cui si basano solitamente i governi nati da elezioni proporzionali, un meccanismo tipico (ma assai poco utilizzato nel mondo) è quello di attribuire un premio di maggioranza (bonus), consistente in una quota variabile di seggi assegnati “in regalo” alla lista o coalizione vincitrice della tornata elettorale, qualora non abbia già raggiunto un livello predeterminato di seggi. Tale sistema costringe i partiti a coalizzarsi fin da prima delle elezioni come accade col maggioritario.

[modifica] Governabilità e rappresentatività

Molto brevemente, la differenza fra proporzionale e maggioritario si può riassumere così: il maggioritario favorisce la governabilità, il proporzionale favorisce la rappresentatività: col primo il parlamento è egemonizzato da pochi partiti, col secondo il parlamento ha una composizione abbastanza fedele all'orientamento degli elettori. Spetta al legislatore decidere quale dei due utilizzare.

Vi è però un'importante eccezione alla regola appena descritta, costituita dai partiti regionalisti. Un partito piccolo ma fortemente concentrato sul territorio, infatti può non solo uscire indenne da un'elezione maggioritaria, ma anzi al contrario rafforzato, ottenendo fino al monopolio della rappresentanza politica nelle regioni in cui esso è particolarmente radicato. Nel sistema uninominale inglese, ad esempio, questo è il caso tipico dello Scottish National Party. In Italia, nel sistema in vigore dal 1993 al 2005, si segnalavano i casi della Südtiroler Volkspartei, che senza il meccanismo dello scorporo avrebbe ottenuto il monopolio della rappresentanza dell'Alto Adige, e della Lega Nord, la quale nelle elezioni del 1996, pur correndo solitaria, non solo non ebbe un danno se non minimo in termini di seggi (9,4% a fronte del 10,1% dei voti validi), ma provocò la disfatta, sempre in termini di seggi, dell'allora avversaria coalizione di Silvio Berlusconi, favorendo la vittoria dell'Ulivo di Romano Prodi.

Le modalità di voto sono modificabili con una legge ordinaria, approvabile dalla maggioranza di Governo. In altri Paesi, la Costituzione stabilisce le principali modalità di voto e la modifica delle modalità elettorali richiede procedure lunghe e articolate di revisione costituzionali, quanto meno leggi da approvare con maggioranze qualificate (dei 2/3 circa del Parlamento) difficilmente raggiungibili dalla sola maggioranza di Governo, in modo tale che le regole democratiche siano condivise.

Talora, esiste un vincolo temporale che vieta di modificare le norme elettorali a tre mesi di distanza dal giorno delle elezioni.

[modifica] Sistemi italiani

La situazione italiana è complessa e differenziata a seconda del tipo di elezione. Il sistema proporzionale con sbarramento, in auge per tutte le elezioni italiane prima del 1993 (eccetto che per il Senato), è ancora usato per le elezioni del Parlamento europeo, basandosi su cinque circoscrizioni interregionali più una circoscrizione nazionale per il recupero dei resti.

Anche i restanti appuntamenti elettorali si svolgono sulla base di sistemi elettorali proporzionali, ma significativamente corretti con premi di maggioranza variamente assegnati:

  • nel sistema di elezione dei Consigli regionali, che trova una sua prima specificazione nell’articolo 122 della Costituzione, la cui legge attuativa susseguente ad una revisione costituzionale del 1999 stabilisce che il Presidente della Regione sia di norma eletto direttamente dai cittadini in un turno unico di votazioni, il Consiglio regionale è eletto contestualmente al Presidente con un sistema misto: in gran parte proporzionale, in piccola parte consistente in un premio di maggioranza. Quattro quinti dei seggi sono attribuiti proporzionalmente, sulla base di liste di partito presentate nelle diverse province. Le liste che hanno ottenuto meno del tre per cento dei voti, non ottengono alcun seggio (sbarramento), a meno che non siano collegate con un candidato presidente che abbia ottenuto almeno il cinque per cento dei voti all’interno della Regione. Un quinto dei seggi è attribuito sulla base di liste regionali (i cosiddetti listini) il cui capolista è il candidato alla presidenza. Chi vince fa eleggere in blocco i candidati del proprio listino, con la seguente eccezione: se le liste circoscrizionali collegate alla lista regionale vincente hanno ottenuto già il 50 per cento dei seggi, alla nuova maggioranza è attribuita solo la metà dei seggi del "listino" (dieci per cento del totale dei seggi in consiglio), il resto è distribuito proporzionalmente tra le liste di opposizione. Il nuovo presidente ha diritto ad avere una maggioranza stabile in consiglio: se le liste a lui collegate hanno ottenuto meno del 40 per cento dei seggi, oltre alla totalità dei seggi del "listino" gli vengono attribuiti tanti consiglieri "extra" fino ad arrivare al 55 per cento dei seggi del consiglio (clausola di governabilità). Per le elezioni regionali del 2005 le regioni Lazio, Puglia, Calabria e Toscana hanno eletto i propri rappresentanti con le rispettive leggi elettorali. Tramite la legge costituzionale 2/2001 il sistema dell'elezione diretta del presidente della Giunta è stato esteso anche alle Regioni ad autonomia speciale. Tale particolare legge costituzionale, che ha modificato parte degli statuti a Regione speciale, ha infatti transitoriamente dettato la disciplina elettorale per i Consigli Regionali delle regioni di cui all'articolo 116, in maniera simile a quella delle Regioni a statuto ordinario. Solo per Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige ha dettato regole specifiche, ispirate al proporzionalismo puro, onde garantire le minoranze linguistiche;
  • nelle elezioni comunali per i comuni con meno di 15 mila abitanti e nelle elezioni circoscrizionali, alla lista del candidato vincitore viene assegnato almeno il 66% dei seggi. Anche in questo caso è previsto il voto di preferenza;
  • nelle elezioni provinciali e nelle elezioni comunali per i centri maggiori, alla coalizione di liste collegate al Sindaco o al Presidente eletto (che in tal caso devono aver ottenuto la maggioranza assoluta, ricorrendosi in caso contrario ad un ballottaggio), viene garantito almeno il 60% dei seggi assembleari; posta questa clausola, all'interno della coalizione di maggioranza, e fra le liste di minoranza, la distribuzione dei seggi avviene in maniera proporzionale. Tali regole decadono, passando ad una integrale distribuzione proporzionale pura, nel particolare caso in cui gli elettori eleggano un Sindaco, ma diano la maggioranza assoluta ad una coalizione diversa dalla sua (si instaura così una forzata coabitazione nota come anatra zoppa). Se per le elezioni comunali è previsto il voto di preferenza, per le elezioni provinciali, secondo un uso risalente al 1953, vige un particolarissimo meccanismo di lista bloccata, in cui i candidati dei vari partiti, in numero pari ai seggi da coprire, sono assegnati ciascuno ad un singolo collegio uninominale, da non confondersi però col similare istituto dei sistemi maggioritari, poiché in tal caso la distribuzione dei seggi prescinde totalmente il collegio, essendo tale territorio solo l' "area riservata" per ogni singolo candidato;
  • nelle elezioni politiche, la riforma del 2005 che ha riportato al voto di lista, ha introdotto, con modalità differenziate fra le due Camere, una quota minima di seggi pari al 55% assegnata alla coalizione meglio piazzata nella tornata elettorale. È un sistema abbastanza simile a quello appena descritto relativo alle province e ai Comuni maggiori, ma senza il voto di preferenza. La legge n. 493 del 16 maggio 1956 disciplina gli aspetti operativi: nomina dei componenti del seggio e dei rappresentanti di lista, costituzione del seggio, modalità di voto e scrutinio delle schede elettorali.

Le regioni a statuto speciale emanano proprie legge elettorali a tutti i livelli, dalle comunali alle elezioni politiche.

[modifica] Note

  1. ^ Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l'universo dei sistemi elettorali misti, Il Mulino, 2005, p. 17/18.
  2. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 222-223.
  3. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 190.
  4. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 43.
  5. ^ Per esempio, nelle elezioni per il Senato dell'Australia del 1925, il Partito Laburista conseguì il 45% dei voti, ma non ottenne alcun seggio, mentre nel 1943 conseguì il 55% dei voti, ottenendo la totalità dei seggi in palio. Entrambi gli appuntamenti elettorali si svolsero con un sistema maggioritario plurinominale.
  6. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 247 e seguenti.
  7. ^ Il sistema plurality serve all'elezione dei membri del Congresso degli Stati Uniti in 49 dei 50 Stati dell'Unione: unica eccezione è quella della Louisiana, che utilizza il sistema majority.
  8. ^ Si noti come comunque tali effetti siano tendenziali, e non insiti nel sistema: ad esempio nel 1951 il Partito Laburista Britannico, pur classificandosi al primo posto nelle preferenze col 48,8% dei voti, perse le elezioni avendo raccolto solo 295 seggi, contro i 302 del Partito Conservatore che godeva del 44,3% delle preferenze.
  9. ^ «...he nei collegi uninominali i partitini acquistano un potere di ricatto che altrimenti non hanno. Sanno di non poter vincere, ma nei collegi «insicuri» dove lo scarto tra i maggiori partiti è piccolo, sanno che il loro voto è decisivo. Nasce così il sistema delle «desistenze»: io non mi presento, mettiamo, in dieci collegi e tu, in contraccambio, mi assicuri un collegio ogni dieci. La frantumazione del nostro sistema partitico nasce così.» http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_01/sartori-politica-voti-potere_b92c3df0-b587-11df-89bc-00144f02aabe.shtml, consultato il 01/09/2010.
  10. ^ Nel sistema elettorale francese, sono ammessi al secondo turno tutti coloro che abbiano goduto delle preferenze di almeno un ottavo degli aventi diritto al voto, soglia che si traduce approssimativamente nel 20% dei voti validi.
  11. ^ differenza fra: il numero dei voti ottenuti da un partito; e il prodotto fra la parte intera del numero dei seggi attribuiti al partito e il quoziente
  12. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 215.
  13. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 214.
  14. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 312/316.
  15. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 323/331.
  16. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 336/341.
  17. ^ Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l’universo dei sistemi elettorali misti, Il Mulino, 2005.

[modifica] Bibliografia

  • Domenico Fisichella, Sviluppo democratico e sistemi elettorali. Firenze, Sansoni, 1970
  • Domenico Fisichella, Elezioni e democrazia: un'analisi comparata. Bologna, Il mulino, 1982
  • Maria Serena Piretti, La fabbrica del voto: Come funzionano i sistemi elettorali, Roma-Bari, Laterza, 1998. ISBN 88-420-5618-9
  • Giovanni Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2004. ISBN 88-150-9636-1
  • G. Baldini, A. Pappalardo, Sistemi elettorali e partiti nelle democrazie contemporanee, Editori Laterza, 2004. ISBN 88-420-7192-7
  • Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l'universo dei sistemi elettorali misti, Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 88-15-10586-7
  • D'Alimonte R., Bartolini S., Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994-2001, Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 88-15-08426-6
  • Gianfranco Pasquino, I sistemi elettorali, Bologna, Il Mulino, 2006. ISBN 88-15-11297-9
  • Andrea Levico, Vota X: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009. ISBN 88-95-85341-3
  • Piero Tortola, I sistemi elettorali nel dibattito italiano: un'introduzione, sito web.

[modifica] Voci correlate

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