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Gramsci e l'intellettuale organico, un po' di cazzate raccattate su internet per una teoria che ormai non convince nessuno

dimitribuffa
dimitribuffa
01/09/2007 - 10:48

In Italia] manca un'identità di concezione del mondo tra "scrittori" e "popolo"; cioè i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori, né gli scrittori hanno una funzione "educatrice nazionale", cioè non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri [...]. In Italia, il termine "nazionale" ha un significato molto ristretto ideologicamente, e in ogni caso non coincide con "popolare", perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla "nazione", e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è "libresca" e astratta, e l'intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano. (1)

In queste parole è concentrata una delle tesi più importanti di Antonio Gramsci sulla letteratura italiana (2). Gramsci parte dalla constatazione che gli intellettuali, e in particolare gli scrittori, italiani non si sono mai posti il problema di un rinnovamento della nazione italiana, perché completamente estranei alla nazione, intesa nel senso più ampio, cioè come popolo italiano, e perché, evidentemente per ragioni storiche (il ritardo con cui in Italia si è realizzata l'unità nazionale, e per di più dall'alto, come "rivoluzione passiva" e non dal basso, come movimento popolare [3] ), hanno formato sempre una casta sradicata dal popolo, caratterizzata da uno sterile cosmopolitismo.

Antonio Gramsci

Punto di riferimento centrale di Gramsci nel rivendicare la funzione sociale della letteratura è il magistero di Francesco De Sanctis, inteso, come osserva Asor Rosa, quale "modello di iniziativa culturale complessiva" (4), in polemica con Croce:

Il tipo di critica letteraria propria della filosofia della prassi [cioè del marxismo] è offerto dal De Sanctis, non dal Croce o da chiunque altro (meno che mai dal Carducci): essa deve fondere la lotta per una nuova cultura, cioè per un nuovo umane_simo, la critica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo con la critica estetica o puramente artistica nel fervore appassionato, sia pure nella forma del sarcasmo. (5)

I Quaderni del carcere di Antonio Gramsci furono pubblicati dalla casa editrice del PCI, gli Editori Riuniti, a partire dal 1947, in particolare il volume Letteratura e vita nazionale uscì nel 1950.

Il dissidio fra Togliatti e Vittorini era avvenuto da tempo, la linea del partito era ormai definita, e tuttavia, a parte il fatto che Togliatti conosceva già dal 1938 i Quaderni gramsciani (6), la lezione di Gramsci, o meglio: il modo in cui i dirigenti del partito recepirono e utilizzarono la lezione di Gramsci fu decisivo per rafforzare e conferire organicità e autorità agli indirizzi culturali del PCI. La ragione di fondo del dissidio fra PCI e Vittorini, infatti, a parte l'aspirazione di quest'ultimo ad una maggiore libertà ed autonomia degli scrittori nei confronti del partito, mentre il partito tendeva ad un maggiore controllo sugli scrittori, stava nel fatto che "Il Politecnico" con le sue aperture alla cultura europea metteva in pericolo la linea di politica culturale nazionale che il PCI seguiva (7).

Elio Vittorini

Una politica che, giova ribadirlo, è condizionata dal clima politico nazionale e internazionale. La "guerra fredda" e la contrapposizione frontale in Italia con la Democrazia cristiana e l'egemonia cattolico-clericale portano il PCI da una parte a rafforzare il rapporto con l'Unione Sovietica (e di qui le aperture al realismo socialista), dall'altra parte a sottolineare la propria continuità con la cultura italiana classica, ottocentesca, nel continuo tentativo di presentarsi come partito nazionale, per certi aspetti addirittura 'tradizionale' e 'conservatore', al fine di conquistare il consenso dei ceti medi. Il 1949, l'anno in cui le Edizioni Rinascita pubblicano il volume Politica e ideologia, raccolta dei principali scritti di Zhdanov (8), può essere considerato l'anno di svolta: la sconfitta elettorale, il clima della guerra fredda inducono il Partito comunista ad irrigidire la linea di politica culturale, si ha un vero e proprio 'ritorno all'ordine'.

ANDREI ALEKSANDROVICH ZHDANOV

La battaglia a favore del realismo per i dirigenti della politica culturale del PCI si concretizzò in una battaglia se non contro almeno per il superamento del neorealismo (movimento troppo ibrido ed eterogeneo: ecco perché dopo il 1948 compare un'altra volta il termine "neorealismo", e di nuovo in un'accezione negativa) e per il ritorno ad un romanzo realista di tipo classico ottocentesco.

Da questo punto di vista due sono i romanzi significativi dopo il 1948: Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine e Metello (1955) di Vasco Pratolini. Il primo, ambientato nel primo dopoguerra, ruota intorno alla lotta dei contadini del Molise che, ingannati da un astuto proprietario (o meglio: dalla moglie di lui) si vedono sfrattati dalle terre che avevano lavorato nella speranza di ottenere un contratto di enfiteusi. Centrale è la figura di Luca Marano, lo studente che guida la rivolta. Il movimento viene però represso e Luca ucciso ad opera delle prime squadre fasciste.

Francesco Jovine

Qui la coralità viene assorbita dall' 'eroe', qui, come ha notato Luperini [9], protagonista non è la massa contadina, ma l'intellettuale piccolo-borghese, lo studente universitario che "sa" e "capisce", e essere 'organici' alle classi lavoratrici sembra significare porsi alla testa di contadini senza voce e senza volto, facendo dipendere il loro movimento dai propri capricci. In Metello (primo di una trilogia sulla storia italiana dalla fine dell'Ottocento agli anni Sessanta (10) si racconta la vicenda di un operaio, Metello Salani, che, nel periodo 1875-1902 a Firenze, lentamente acquista coscienza, realizza la propria 'formazione' sia sul piano sentimentale sia sul piano sociale e politico. Sul piano sentimentale, sposando la figlia di un anarchico e poi superando l'attrazione per una ragazza piccolo-borghese, con cui ha una breve relazione; sul piano socio-politico, partecipando ad uno sciopero di muratori nel 1902. Viene arrestato e, scontata la pena, trova ad aspettarlo la moglie con la quale si è riconciliato.

Vasco Pratolini

Entrambi i romanzi hanno una prospettiva storica, ed entrambi i romanzi hanno caratteristiche neorealiste: Luca Marano è un classico "intellettuale organico" alla classe contadina, Metello Salani rappresenta l'operaio che, dopo un processo di `formazione' (è questo l'elemento neorealista di fondo), acquista coscienza di sé, dei suoi doveri umani e di classe.

Ma la differenza basilare fra questi romanzi, da una parte, e la produzione postbellica (Cronache di poveri amanti, di Pratolini, o Speranzella, di Bernari, che esce nel 1949, ma si inserisce chiaramente nel filone corale postbellico; per non parlare poi dei racconti influenzati dai moduli narrativi emersi durante la Resistenza), dall'altra parte, sta nella struttura, soprattutto in Metello, di tipo classico, ottocentesco, con narrazione in terza persona e narratore onnisciente.

Metello, in particolare, che, a differenza de Le terre del Sacramento, ha un finale 'positivo' (la 'formazione' dell' 'eroe', la donna fedele che lo attende, ecc.) (11), piacque ai critici ufficiali del Partito comunista.

Carlo Salinari ritenne che Metello segnasse il passaggio dal neorealismo al realismo (12), il superamento di tutto quanto di decadente e sperimentale ci fosse nel neorealismo, e il ritorno allo schema del romanzo ottocentesco.

E non a caso, infatti, Salinari cercava di unire la lezione di Lukàcs con quella di Gramsci ed esprimeva un giudizio negativo sulla letteratura del decadentismo novecentesco, perché questa letteratura aveva perduto i due elementi basilari della grande narrativa ottocentesca: un asse ideologico che sorregga l'opera e un personaggio che con la sua tipicità le dia un senso (13). (1) A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, pp. 2114 e 2116. (torna su) (2) Sulle idee di Gramsci riguardo la letteratura italiana, cfr., fra l'altro, Asor Rosa, Alberto, Lo Stato democratico e i partiti politici, in Letteratura italiana, volume primo, Il letterato e le istituzioni, Einaudi, Torino 1985, pp. 672-675, e Reichel, Edward, Antonio Gramsci und die Literatur. Beitrag zur marxistischen Ästhetik, in "Italienisch", 15 maggio 1986, pp. 40-64 (torna su) (3) Il motivo della particolare attenzione che Gramsci dedica a Machiavelli sta anche nel fatto che questi gli pare l'unico intellettuale che, con forte anticipo nei confronti degli altri, si sia posto il problema dell'unità nazionale italiana. Naturalmente il "principe" di Machiavelli diventa per Gramsci il "moderno principe", cioè il Partito comunista. (torna su) (4) Asor Rosa [op. cit.,1985: p. 673]. Infatti, come osserva Reichel [op. cit. 1986: p. 53], "In seiner [di De Sanctis] Storia della letteratura und in seinen Saggi critici erscheint diese Literatur nicht als eine von der Gesamtgeschichte isolierte Äußerung des italienischen Nationalgeistes, sondern als Beitrag zur Schaffung eines italienischen Einheitsstaates. De Sanctis schreibt also der Literatur per definitionem eine politische Wirkung zu, die er zugleich als ihr eigentliches Charakteristikum ansieht." [Nella sua [di De Sanctis] Storia della letteratura e nei suoi Saggi critici la letteratura appare non come una manifestazione dello spirito nazionale italiano staccata dallo sviluppo storico, ma come un contributo alla fondazione dello Stato unitario italiano. De Sanctis attribuisce dunque alla letteratura per definizione un'efficacia politica, che ne costituisce al tempo stesso la caratteristica essenziale.] (torna su) (5) A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, pp. 2185-2186. (torna su) (6) "[I Quaderni] Arriveranno a Mosca, insieme ai libri e agli effetti personali di Gramsci solo nel 1938. Li prende in consegna Vincenzo Bianco, in qualità di rappresentante italiano al Komintern. Togliatti è in Spagna, ma riceve presto le prime fotocopie dei quaderni e comincia a studiare, insieme ad altri compagni, i primi progetti di pubblicazione", V. Gerratana, "Prefazione" a A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, cit., p. XXXI. (torna su) (7) "Celebri sono rimaste le definizioni togliattiane delle opere d'arte d'avanguardia come 'una raccolta di cose mostruose', di 'orrori e scemenze', di 'scarabocchi'; della musica contemporanea come 'una particolare degenerazione della musica che la maggioranza degli uomini normali oggi critica e respinge'; della letteratura europea del Novecento come opera di qualcuno che non aveva esitato a rappresentare anche 'il gorgoglio degli intestini'." (Asor Rosa [op. cit., 1982: p. 594]) Giustamente Asor Rosa osserva che il linguaggio è "quello dello zdanovismo più puro" (ivi). Non si dimentichi che a partire dal 1949 il pensiero di Zhdanov fu recepito in Italia e si tentò di conciliarlo con le tesi gramsciane (Emilio Sereni, dirigente comunista, scrisse che "non si saprebbe intendere a fondo il pensiero di Gramsci senza Stalin e Zhdanov", cfr. Asor Rosa, ivi: p. 593). (torna su) (8) Cfr. Asor Rosa [op. cit. 1982: p, 590 sgg.]. (torna su) (9) Luperini Romano, Il Novecento. Apparati ideologici ceto intellettuale sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, Loescher, Torino 1981, p. 564 (torna su) (10) Gli altri due romanzi della trilogia furono: Lo scialo (1960) e Allegoria e derisione (1966). (torna su) (11) Il romanzo di Jovine, invece, termina in modo tragico, con la morte dell' ‘eroe', con la sconfitta dei contadini, con il fascismo vincente. Molto bene ha scritto Guglielmino, Salvatore, Guida al Novecento, Principato, Milano 1971/1: p. 297, che l'autore lega le vicende del primo dopoguerra "alla storia dell'immediato secondo dopoguerra che vide, come e più del primo dopoguerra, massicce lotte contadine e occupazioni di terre e scontri e arresti." (torna su) (12) Cfr. C. Salinari, Metello, in "Il Contemporaneo", II (1955), 7, p. 1; ora in Preludio e fine del realismo in Italia, Morano, Napoli 1967. (torna su) (13) Cfr. Briosi Sandro, Da Croce agli strutturalisti, Calderini, Bologna 1973, p. 203]. - Di diverso parere fu Carlo Muscetta, anch'egli marxista, che negò validità al romanzo di Pratolini, in quanto i personaggi non erano tipici (cfr. C. Muscetta, "Metello" e la crisi del neorealismo, in "Società", agosto 1955 e giugno 1956; ora in Realismo, neorealismo, controrealismo, Garzanti, Milano 1976, pp. 107-160). Fu questa in sostanza la piuttosto povera e ben poco significativa polemica sul Metello. (torna su)

lavoro politico

sito web di materiali marxisti per la linea rossa

webmaster: Ferdinando Dubla nr.8 - nuova serie - giugno 2003

Ferdinando Dubla

E NOI CHE FACCIAMO?

La questione dell'intellettuale organico gramsciano si ripropone anche oggi tra chierici e neoaccademici

Il ruolo degli intellettuali è sempre stato oggetto di dibattito in ambito marxista: è che il concetto di prassi (unità dialettica di teoria e pratica) di Marx ha imposto una ridefinizione strutturale per l’analisi del ruolo degli intellettuali nella società borghese. E dunque ha delineato un nuovo ruolo per gli intellettuali comunisti, rivoluzionari. Da qui, come si sa, prese le mosse il nostro Antonio Gramsci per scrivere delle note dal carcere che rimangono una pietra miliare anche per l’orientamento nella fase attuale. Le nuove elaborazioni antagoniste «di movimento» rischiano di espropriarci di Gramsci (le sue categorie analitiche, egemonia, blocco storico, riforma intellettuale e morale) proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno. Ma non solo il movimento ritiene di non aver più bisogno di Gramsci: anche molti comunisti (o che si ritengono senza dubbio tali) nella loro pratica tendono a rimuoverlo. Nella loro pratica, nei loro comportamenti, anche quando lo omaggiano o utilizzano le sue categorie teoriche.

Il ruolo degli intellettuali nella grande periferia (interna ed esterna) della cittadella imperialista è quello di acconsentire al disegno di dominio o di sparire, essere annientati come ruolo sociale e settorializzati nei propri specialismi poi resi ‘organici’ alle dinamiche capitaliste. La fine dell’intellettualità di massa è l’orizzonte al quale mira la strategia neo-imperialista dominante: e via quindi gli intellettuali «coscienza critica» della sempre più stretta “democrazia” del capitale, tentativo di spezzare l’organicità a un blocco storico-sociale alternativo: l’unica possibilità per riappropriarsi del ruolo è essere cantori delle decisioni prese dalle oligarchie economiche e politiche.

In contrapposizione, il compito della “riforma intellettuale e morale” dunque, non potrà che essere ancora degli intellettuali organici, non cristallizzati, che la determineranno e organizzeranno, adeguando la cultura anche alle sue funzioni pratiche, addivenendo a una nuova organizzazione della cultura. Il partito comunista si pone, per Gramsci, come sintesi attiva di questo processo: intellettuale collettivo di avanguardia, la direzione politica di classe lotterà per l’egemonia.

In passato, l’interpretazione togliattiana del ruolo dell’intellettuale comunista forzava l’organicità come organicità al partito e ai suoi gruppi dirigenti: era il partito che indirizzava finanche la ricerca intellettuale verso scopi di linea politica, magari per rendere coerente una strategia complessiva alla stessa. Anche quando coerente non era. Per cui lo stesso gruppo dirigente in definitiva promuoveva gli intellettuali, in base alla capacità di interpretare post-factum la linea politica tra tattica e strategia. Una concezione siffatta di organicità ha davvero poco di gramsciano: e molto invece della funzione di chierico, l’unico ruolo assegnato dalle classi dominanti ai propri intellettuali. Ma il blocco storico borghese aveva grandi intellettuali (secondo Gramsci) che effettivamente e non post-factum riuscivano a elaborare le relazioni sovrastrutturali, culturali, etiche del pensiero dominante. Il PCI ebbe tanti dirigenti politici intellettuali (fra cui Togliatti, appunto o Mario Alicata), pochi intellettuali dirigenti politici (lo stesso Gramsci, Concetto Marchesi e non molti altri). E’ un limite storico che noi oggi dobbiamo avvertire, naturalmente non con il solito atteggiamento liquidatorio delle «anime belle», ma semmai per porci più compiutamente nel solco gramsciano. Il partito comunista, per Gramsci, è intellettuale collettivo; e l’intellettuale comunista è organico alla classe e dunque a questo collettivo perché fa parte del blocco storico-sociale che deve costruire il nuovo mondo.

“Per intellettuali occorre intendere non solo quei ceti comunemente intesi con questa denominazione, ma in generale tutto lo strato sociale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo (..)”. Quali atteggiamenti psicologici essi hanno nei confronti delle classi fondamentali?: “hanno un atteggiamento paternalistico verso le classi strumentali? O credono di esserne una espressione organica?” (Q.19,1933/34).

Non notifica e abbellisce la linea politica con elaborazioni ricche e articolate, con il sapere appreso all’accademia. Non è il partito che decide gli oggetti di ricerca: ma questi scaturiscono, appunto, dalla sua organicità alla classe. E, si badi, il concetto gramsciano di “organico” rispetto alla proiezione di classe non è contiguo a quello del ruolo dell’intellettuale che riprenderà, ad es. Horkheimer nell’ambito della teoria critica francofortese, quando porrà l’impossibilità di renderlo interno alle organizzazioni proletarie in una consapevolezza autocontraddittoria che si riconoscerà funzionale al capitalismo e riproporrà sì una nuova dignità, ma ancora intellettualistica e solo con una generica tensione antagonista al potere delle classi egemoni.

Per semplificare oltremodo, l’intellettuale marxista non si rende funzionale a una linea politica, ma elabora nel collettivo, con gli strumenti suoi propri, la strategia complessiva dei comunisti. Egli riposiziona il suo ruolo, in quanto deriva dalla rottura del blocco storico-sociale delle classi dominanti. Ecco perché non può essere né chierico né neoaccademico: il chierico ha perso la libertà per una disciplina opportunista, il neoaccademico si svincola da ogni disciplina di classe in favore della propria (apparente) libertà, che si rivela sterile come strumento di lotta. Discorso particolarmente valido nella fase attuale, di costruzione del collettivo organizzato in partito comunista, piuttosto che di dato di fatto compiuto storicamente.

Ma la stessa fase è attraversata da un paradosso: mentre si considera antiquata l’analisi gramsciana sull’organicità dell’intellettuale, si richiede allo stesso un’organicità a luoghi di decisione politica del tutto autoreferenziali, riproducendo il limite storico già di un periodo storico molto lungo del PCI.

Chi si svincola da questa organicità (che non è quella gramsciana) ha solo l’alternativa di riprodurre i vizi dell’accademia, oppure può concepirsi come interno a un collettivo che elabora una prassi funzionale alla classe? Ha da pagare un prezzo per questo, che è l’abbandono di posizioni di privilegio o nicchie dorate, ma l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale, conquiste che secondo Gramsci sono possibili solo costruendo la società «autoregolata», non discendono dall’empireo delle idee astratte, ma nel concreto operare della lotta delle classi.

E noi comunisti che facciamo? Rifiutata la funzione di chierici o di neoaccademici, c’è comunque bisogno di stimolare lo sviluppo di nuovi intellettuali organici. Il cambiamento dello stato di cose presenti, ha necessità di un’intellettualità comunista diffusa che non riproduca la funzione assegnatagli dalla borghesia o che ricada negli stessi limiti che ne hanno provocato la scarsa creatività. La sostituzione del movimento al partito, sposta e dilata la questione, non la risolve.

Riabituarsi piuttosto a elaborare collettivamente, confrontare la propria ricerca (e gli oggetti della propria passione intellettuale) con i soggetti i quali quella ricerca utilizzeranno come strumento di lotta ed esercizio d’egemonia. Fondere la razionalità della scienza politica e le corde emotive del popolo-nazione, come lo chiama Gramsci e sentirsi parte funzionale della classe.

Ragionare della necessità della riappropriazione del ruolo di intellettuali “organici” ad un nuovo blocco storico-sociale alternativo, in qualità di comunisti e rivoluzionari che sentono ancor prima di comprendere, non è quindi operazione peregrina, perchè anche l’intellettuale organico di oggi ha necessità non solo di sapere e di comprendere, ma di sentire: “L’errore dell’intellettuale consiste che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. (..)” (Q.11)

C’è chi alzerà il sopracciglio alla lettura di termini come popolo-nazione, ma, come scrisse Rocco Scotellaro, o si canta la stessa canzone della classe di cui si chiede la redenzione, oppure rimarremo pur savie, ma pecore del padrone.

Ferdinando Dubla, maggio 03

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7 commenti

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Organicità

In Italia , spesso, l'intellettualità ha assunto dei connotati organici ( nell'accezione più fisiologica del termine)